MONS QUI VOCATUR SAXA SEU ARSULA

Indagine storico-artistico-culturale

Classe 2° A secondaria   ARSOLI   A.S. 2002-2003

Alunni

Piera Amici, Michele Corrado, Michela D’Antimi, Fabio De Angelis, Federica Di Censi , Riccardo Di Croce, Valentina Gabrielli, Giorgia Giacomini, Augusto Liberati, Debora Marzolini, Carlo Masi, Lola Masi, Antonio Maurizi, Nicoletta Minati, Chiara Napoleoni, Francesco Piacentini, Veronica Nardoni, Paolo Piloca, Danilo Pulcini

Insegnante  Beatrice Sforza     


 

Con l’adesione all’iniziativa della Fnism Museo e dintorni, l’I.C.S. di Arsoli intende condividere la sperimentazione di modalità didattiche tese ad avvicinare i giovani al variegato patrimonio museale presente nella provincia di Roma perché venga valorizzato e apprezzato con proposte di occasioni formative che conducano i giovani ad interessarsi con curiosità e senso della scoperta al patrimonio museale posseduto, “fruendolo” anche al di fuori della classica visita didattica a tema.

Nel nostro caso, l’indagine sul territorio ci ha portato oltre il museo: sono state infatti prodotte una sorta di “schede” informative, oltreché sul Centro di Documentazione Arte e tradizioni popolari, sulla storia di Arsoli, sulle caratteristiche architettonico-artistiche dei tre borghi, sui cippi, sullo stemma di Arsoli, sulle sorgenti, sulla fontana di Piazza Valeria e, soprattutto, sul Castello Massimo.

Il materiale raccolto è stato, appunto, organizzato al fine di rendere più fruibile e immediatamente utilizzabile la notizia, il dato artistico e storico. Ci preme sottolineare il carattere, per così dire, “acroamatico” di tale schede: il docente è intervenuto solo per una sistemazione generale del lavoro e per la stesura finale si evidenzia la responsabilità “scientifica” degli allievi.Le uscite della classe seconda A[1], realizzate nella prima parte dell’anno scolastico, sono state coordinate dalla prof. di lettere, Beatrice Sforza, con la preziosa collaborazione esterna di Walter Pulcini, storico ed esperto di storia locale nonché direttore del Centro.
 

CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ARTE E TRADIZIONI POPOLARI DI ARSOLI

Direttore prof. Walter Pulcini

OPERE E OGGETTI CONTENUTI ALL’INTERNO DEL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE

1) Il Plastico del castello Massimo

Realizzato da un giovane di Arsoli, Carlo Pulcini.

Si può vedere il primo corpo, che è quello che domina il paese ed è la parte più antica. Poi c’è al parte che si vede dalla scuola, dove si può notare una sorta di balconata che è molto importante perché da quel terrazzino si è affacciato un papa , Gregorio XVI, per benedire la popolazione di Arsoli.

In mezzo si può notare il giardino pensile e, proseguendo, c’è il braccio, realizzato dopo l’acquisto di Arsoli da parte della famiglia Massimo, che serve per congiungere la cappella che prima era dedicata a San Roberto e ora è intitolata a San Filippo Neri (cappella che era isolata dal Castello).

Plastico


2) Alle mura del museo
Ci sono vari documenti tra cui un lasciapassare, una sorta di certificato, che veniva usato ai tempi della peste e che permetteva agli arsolani di recarsi a Roma. Al centro di questo documento c’è lo stemma di Arsoli e, ai lati, San Rocco, protettore dalla peste, e San Bartolomeo, patrono del paese. Il documento è una sorta di carta di identità di chi lo porta: addirittura vi sono riportate le caratteristiche della persona (ad es. il colore del … pelame!)
 

Un altro documento importante: dopo la peste del 1656 Arsoli aveva visto la sua popolazione diminuire da 900 a 145 abitanti e allora, per ripopolare il paese, il signore di Arsoli, Fabrizio Massimo, chiese al papa alcune autorizzazioni in relazione a: 1) l’istituzione di una “concia” per la lavorazione delle pelli; 2) l’istituzione di una fabbrica di stoffe, “battilana”; 3) l’istituzione di una fabbrica di “pile”, pentole di coccio (che ormai è raro vedere), e, insieme, per la lavorazione dei mattoni; 4) mulino per la lavorazione dell’olio e per la macinazione del grano.

In più, sempre per ripopolare il paese dopo la peste, i Massimo pensarono di esonerare tutti quelli che venivano ad abitare ad Arsoli, per il tempo di tre anni, dal pagamento delle tasse. In realtà, il paese si ripopolò: e da 145 abitanti si è arrivati, pian piano nei secoli, ai 2200 abitanti del 1911. Oggi c’è una nuova flessione ma la popolazione è pur sempre ingente con 1700 abitanti circa.

Interessanti documenti conservati nel Centro di Documentazione sono ancora: 1)una lettera che Garibaldi scrisse al comandante della legione arsolana nel 1894 per avere a disposizione delle scarpe che erano state depositate; 2)alcuni “telespressi”, documenti con i quali si comunicavano le avvenute operazioni militari. Questo perché in aiuto dello Stato Pontificio, aggredito dai garibaldini, vennero in aiuto i francesi che sbarcarono a Civitavecchia; di conseguenza, giorno per giorno e ora per ora, venivano descritte le operazioni belliche; 3) fogli di carta moneta, ovvero soldi che emetteva il comune di Arsoli (ai tempi della Repubblica Romana): poiché mancava la moneta metallica, infatti, il consiglio comunale deliberò di emettere questi buoni di carta moneta che circolarono per un po’ al posto dei soldi di metallo; 4) statuto di Arsoli (costituzione) del 1584; 5) documento importante che, in originale, sta a Santa Scolastica, di papa Gregorio V del 997 (da cui le celebrazioni dei mille anni di Arsoli nel 1997): certificato di nascita di Arsoli.

Una parte del Centro di Documentazione è dedicato agli antichi mestieri: vi sono utensili vari usati da fabbri, calzolai, falegnami, oggetti per cardare la lana e per fare i materassi ecc.

La parte centrale della sala è dedicata al culto e alla vita religiosa. Si può notare

·        il bellissimo stendardo dedicato alla patrona di Arsoli, Nostra Signora di Guadalupe, con San Tommaso da Cori (santificato l’anno scorso) e San Filippo Neri da una parte, e Sant’Antonio Abate dall’altra;

·        il primo documento con il quale si stabilisce che l’immagine di Arsoli di Nostra Signora di Guadalupe è quella portata da un padre gesuita messicano nel 1790;

·        il testo della messa in latino;

·        il testo del 1890 con il quale il papa autorizzava a mettere sull’immagine della Madonna una corona d’oro;

·        oggetti che riguardano il pellegrinaggio alla SS. Trinità;

·        giornali con articoli che riguardano la vita di Arsoli. Tra questi, alcuni che venivano stampati ad Arsoli come “La voce di Nostra Signora di Guadalupe”, La Fenice, 1997, e l’articolo che comunica l’inaugurzione della linea ferroviaria nel 1888;

·        sculture di artisti arsolani (“Mani pulite” e “Caduta da cavallo”).

Nell’altra ala del palazzo si può visitare la bella riproduzione della casa arsolana con

·        la cucina, con il camino, il fornello sul quale si cucinava a carbone e il lavabo con la conca e con l’acqua;

·        la camera da letto, con il letto con il pagliericcio, i lavori delle donne fatti con il telaio (si lavorava la canapa che veniva filata per fare lenzuola, camicie, strofinacci)

 

                                                                     

Particolari

Ancora, nel Centro, sono custoditi mattoni costruiti a ad Arsoli nella fabbrica laterizi “Casa Massimo” e alcuni resti di una villa romana del II sec. a.C.

Infine, ma non ultimo, la fotocopia del documento in cui si parla per la prima volta di Arsoli. L’originale è a Subiaco, nel “regesto sublacense” fu scritto a mano dai frati intorno all’anno Mille. La versione stampata è del 1885. C’è ancora, un disegno di Arsoli del 1692 dal quale si evince come pian piano si sia sviluppato il paese.

Disegno di Antonio Macci

All’esterno, sulla Piazza Valeria, troneggia un bel carretto, oggi ornato di fiori, il “facocchio” (it. carradore), con le ruote in legno tenute insieme dal cerchio d’acciaio.

Il carradore

LA STORIA DI ARSOLI

Va detto che, presumibilmente, la data di nascita di Arsoli, secondo il documento la cui fotocopia è custodita al Centro di Documentazione, è il 28 giugno 997: è proprio quello il primo documento nel quale si parla di Arsoli come luogo abitato. Il documento è il General Privilegio di papa Gregorio V. Però è logico che se in quel documento si parla di Arsoli come luogo abitato, il paese sarebbe dovuto nascere almeno una decina di anni prima.
Il Castello, intorno al quale si è sviluppato il paese, si divide in due parti: c’è la parte che guarda al paese e poi c’è quella che congiunge il resto del castello alla cappella che è stata realizzata in un secondo momento. Ma di chi era questo Castello? Inizialmente c’erano i benedettini, i frati di San Benedetto di Subiaco, che hanno dato un’impronta a questa zona e le hanno dato anche una civiltà. All’epoca in cui è nato Arsoli, sono nati anche altri paesi (Cervara, Marano, Roviano) che stanno tutti ubicati su un “cucuzzolo”, colline o monti, perché le zone basse e le pianure erano umide, presentavano zone acquitrinose e perché la posizione in alto permetteva loro la difesa. Questo fenomeno, che dà luogo alla nascita dei diversi paesi, si chiama, appunto, incastellamento. Infatti questi paesi sono nati sia per sfuggire al territorio pianeggiante che, essendo acquitrinoso, era pure infestato dalle malattie (soprattutto la malaria); sia per avere la possibilità di difendersi.
Dopo i padri benedettini è venuta una famiglia, la famiglia Passamonti, verso il 1260, alla quale apparteneva il famoso AMICO D’ARSOLI, che era una capitano di ventura. La famiglia Passamonti ha posseduto Arsoli fino al 1536 quando ha venduto il paese alla famiglia Zambeccari, d’origine bolognese. Questa famiglia, però, non si è comportata bene con la popolazione, non curava gli interessi del paese, era un po’ strana. Inoltre, questo era un periodo in cui c’era il passaggio di truppe straniere che provocarono danni al castello. Dunque, gli Zambeccari sono stati costretti a vendere il paese un po’ perché non riuscivano a mandare avanti la gestione del paese e un po’ perché la gente non li apprezzava. Allora, nel 1574 la famiglia Zambeccari vendette il paese alla famiglia Massimo, la famiglia che ancora oggi possiede il castello. Questa vendita avvenne su consiglio di San Filippo Neri, il cosiddetto “santo dei ragazzini”. La famiglia Massimo ha rimesso a posto il castello, cosa che in parte aveva già fatto la famiglia Zambeccari qualche anno prima della vendita, nel 1555. I Massimo poi l’hanno sistemato meglio e, successivamente, hanno sostenuto anche il paese: infatti, la chiesa parrocchiale del SS. Salvatore (che ora è in corso di restauro), è stata costruita proprio dai Massimo. Prima c’era un’altra chiese più piccola, ugualmente intitolata al SS. Salvatore, ma troppo piccola ed estremamente rovinata per cui i Massimo chiamarono un artista famoso, Giacomo Della Porta (artista che ha lavorato anche a Roma a San Pietro, al Campidoglio e tante altre chiese), per elaborare il progetto di questa nuova chiesa.

La chiesa del SS. Salvatore

LO STATUTO

La famiglia Massimo dette ad Arsoli lo statuto, una sorta di costituzione le cui leggi regolano la vita del paese. I principi chiamarono un giureconsulto, uno studioso di diritto, Luca Peto, il quale fu affiancato, nella redazione dello statuto, da un rappresentante della popolazione di Arsoli che era stato eletto da una assemblea tenuta nella chiesa di San Lorenzo, nel 1579, e dal principe stesso.

Lo Statuto è diviso in tre parti. Nella prima parte si parla degli organi che devono far funzionare il governo del paese; nella seconda parte sono indicate le pene per quelli che contravvengono allo statuto stesso; nella terza parte si elencano le norme che stabiliscono i confini, il pascolo nei terreni ecc. Di particolare interesse è la seconda parte dove si parla delle pene e delle punizioni: in particolare i ladri, venivano prima impiccati e poi squartati, ovvero divisi in quattro quarti, i quali poi venivano appesi nei punti più importanti del paese per far capire agli altri che, se non avessero filato dritti, avrebbero fatto la stessa fine. Ancora, per i ragazzi che non ubbidivano, era prevista la pena della frusta fino a che non cadevano a terra.

Nel 1565 arriva la pestilenza (a causa di mancanza di igiene, prevenzione ecc.) la quale si allarga a vista d’occhio mietendo vittime. In quell’anno ad Arsoli erano 900 abitanti e la pestilenza li ridusse a 145. Il principe (che non era ancora principe ma marchese), allora, cercò di adottare dei provvedimenti che servissero a ripopolare il paese, cioè invogliare la gente a venire ad abitare ad Arsoli: fu deciso di non far pagare le tasse a quelli che venivano ad Arsoli e furono offerte opportunità di lavoro. Furono, infatti, creati la concia per le pelli, un laboratorio per la lavorazione della lana e stoffe, la “battilana”, una fabbrica di pentole, di pile di coccio, di terracotta, la fornace per i mattoni che, con la scritta C M Arsoli (Casa Massimo) venivano venduti ad altri paesi. In più fu istituito il mercato del venerdì (che tuttora è vivo), nel 1670 con un decreto del papa. Nello stesso tempo fu aperta nel Castello una farmacia e più tardi i Massimo aprirono anche un teatro, un teatro di legno e tela che oggi è quasi tutto distrutto ma che, pare, verrà ristrutturato con alcuni contributi della provincia e della regione. Dai 145 abitanti, pian piano, si è tornati a 2200 del 1911 e ai 1600 di oggi.

 

Reperti

DATE IMPORTANTI

Nella vita del paese ci sono state anche altre date importanti: nel 1790 è stata portato ad Arsoli, da un sacerdote gesuita messicano, il quadro della Madonna di Guadalupe, quella che si porta in processione alla fine del mese di agosto e che si venera anche in chiesa nel mese di dicembre. Nei primi anni del 1800, Arsoli divenne capoluogo di cantone perché, ai tempi di Napoleone, le varie zone erano divise in cantoni e, nel 1818, divenne “capoluogo di mandamento”.    Ad Arsoli c’era poi il giudice (cosa che è rimasta con la pretura fino al 1989): il giudice pretore giudicava tutti i reati o le irregolarità che si commettevano in una quindicina di comuni qui intorno. Nel 1849 c’è poi stata la Repubblica Romana. Durante questo periodo ad Arsoli è venuto Garibaldi. In piazza, infatti, c’è una lapide che dice che dal 16 al 18 aprile 1849 Garibaldi è stato qui. I soldati stavano alloggiati in paese e lui, con gli altri ufficiali, stava all’ultimo piano del castello. In questo periodo il comune di Arsoli emise addirittura monete: siccome con il metallo, rame e bronzo, si costruivano armi e munizioni, per poter pagare e per poter commerciare, il comune di Arsoli, come tanti altri, emise dei buoni, dei pezzi di carta da 5 e da 10 bajocchi. Insieme a Roma, Arsoli passò al Regno di Italia nel 1870: in quel periodo si sviluppò la scuola che già esisteva, istituita dal Comune per i soli maschi; nel 1874 fu costruito l’asilo delle suore che reggevano la scuola materna e la scuola femminile e di ricamo. Il comune, infatti, non si era minimamente preoccupato di creare una scuola anche per le femmine, che poi invece fu creata in quel palazzo grazie alla generosità della principessa che vendette tutte le gioie che aveva per realizzare la struttura. Dieci anni dopo sorse ad Arsoli un’istituzione, la cassa mutua, la Società di Mutuo Soccorso, nella quale era prevista sia la pensione per i casi più delicati (per le famiglie che rimanevano senza il capo famiglia o per disgrazie o per aiuto nel caso di malattie) sia contributi di vario genere. La cosa importante è che, per appartenere alla società di mutuo soccorso, occorreva per legge mandare i figli a scuola. Questa cosa testimonia di come, a quei tempi, si sentiva a sentire la necessità di istruzione: infatti c’era l’ 80% degli analfabeti. C’è ancora da aggiungere che, oltre la scuola elementare, Arsoli ha avuto la direzione didattica, che ha avuto parecchi paesi sotto di sé, dal 1924, e che dal 1959 c’è la scuola media.

Il Professor Pulcini con i ragazzi

I BORGHI

Le mura intorno al paese furono edificate allo scopo di difendersi. Tali mura la notte, ma a volte anche durante il giorno, venivano chiuse per paura di incursioni di banditi e briganti. La porta era sorvegliata a turno dai cittadini, così come era stabilito dallo Statuto, o meglio da coloro che possedevano qualche cosa (case, stalle, bestiame). Da ricordare che nel 1591-92 Arsoli fu aggredito da una banda di briganti, capeggiati da Marco Sciarra, che bruciò le case nella parte bassa del paese (ancora oggi via delle Case Bruciate).

BORGO CENTRALE

Al posto dell’attuale scala che va alla piazza d’armi del castello, fino al secolo scorso c’era un fossato il quale, realizzando la gradinata, è stato eliminato.  In molte case di questo borgo si possono notare le scale esterne: in quelle, invece, dove non c’era tale scala, dentro la stanza a piano terra c’era un buco con un coperchio che si chiamava “cateratta” che collegava, attraverso una scala di legno a pioli, le stanze del piano superiore.  Dalla piazza si dipartono tante stradine, a raggiera, che vanno tutte verso la chiesa e il castello: il loro nome è collegato alla località alla quale conducono (es. via della Chiesa, che porta alla chiesa), oppure alle attività che vi si svolgono (es. via del Forno, via della Concia ecc.) Una sola strada, via Capitano Luigi Amici, è stata così chiamata nel periodo fascista e intitolata ad un ufficiale morto in Africa: è probabile però che, quanto prima, venga ripristinato l’antico nome, cioè via delle Carceri Vecchie.Una delle caratteristiche architettoniche è la seguente: gli archi delle stradine passano sotto le case. Le strade sono radiali e la chiesa è il punto dove convergono tutte quante. La chiesa è quella del Santissimo Salvatore ,edificata nel 1580, su disegno di Giacomo Della Porta, e c’è la lapide dove si ricorda il fatto della peste. Dalla piazza della chiesa si può notare la parte del castello destinata alle carceri (che funzionarono fino all’annessione dei territori dello stato pontificio al regno di Italia).  In via della Concia, dove era situato lo stabilimento per conciare le pelli, per far le cinture, le scarpe ed altro, si trova una delle case più antiche di Arsoli che risale, grosso modo, al 1000.  In via della Portélla è un cancello di ferro che era la porta secondaria per accedere al paese. Questa strada va a quella che era la piazza più importante di Arsoli dove, cioè, appendevano in bella mostra quei “quarti” di uomo descritti nello statuto.  Ciò che è stato visitato fin qui è il nucleo del paese, la parte più vecchia, racchiusa dalle vecchie mura: la porta di ingresso era in piazza Valeria. L’attuale caserma dei carabinieri era il posto di guardia dove si montava di guardia a turno, secondo le regole dello statuto. Durante il fascismo questa costruzione fu la casa del fascio.

                                     

                                                                    La più antica casa di Arsoli                                                                   

BORGHI SAN ROCCO E SAN LORENZO


Dalla porta principale di Arsoli si dipartivano due viottoli: uno che raggiungeva la chiesa di San Rocco, l’altro che raggiungeva la chiesa di San Lorenzo.
La chiesa di San Rocco era una chiesa rurale, intorno alla quale si è poi sviluppato l’omonimo borgo. In questa zona c’erano stalle, fienili che con il tempo si sono trasformati in abitazioni costituendo il borgo che arriva fino al fontanile. Ancora oggi, nella zona, c’è qualche fienile o qualche stalla.
All’interno della chiesa di San Rocco ci sono degli affreschi, ovvero delle pitture realizzate sull’intonaco fresco in modo che, una volta asciugato, rimanga ben fissato alla parete. Sulla parete di sinistra ci sono delle immagini di santi, di fronte c’è una crocifissione; ma la parete più importante da un punto di vista storico è quella di destra. Gli affreschi raccontano brevemente la storia di Marco Sciarra, il brigante che aggredì il paese insieme con una banda di furfanti, che veniva dall’Abruzzo perché cercava di assaltare molti paesi (Arsoli, Cervara, Cerreto ed altre località). Qui ad Arsoli giunse per la prima volta nel 1591, nel mese di aprile, ma le forze di difesa di Arsoli resistettero. Allora egli diede fuoco ad alcune stalle e nello stesso tempo uccise molti animali ed alcune persone. Vicino a questa iscrizione si parla anche di un secondo passaggio di Marco Sciarra nel 1592 che ripassò per Arsoli tornando in Abruzzo. Ulteriori iscrizioni ci raccontano di memorabili nevicate, grandinate e della peste, del 1608 e 1656, descritta anche nella lapide esterna alla chiesa parrocchiale.
Anche la chiesa di San Lorenzo è una chiesa rurale, e attualmente è in corso di restauro. All’interno ci sono delle colonne servite a fare l’arco di trionfo per il passaggio in Arsoli del papa Pio VI alla fine del Settecento.
Qui è ancora presente la Via della Case bruciate: proprio in questa zona si trovavano le stalle che Marco Sciarra bruciò. Il borgo forma l’altro braccio del “ferro di cavallo” ed arriva fino alla Villa Frainile.
 

                                                           

                                               La chiesetta di San Rocco                                                                             Affresco  e graffiti

CIPPI

In Piazza Valeria c’è un cippo al di sopra del quale è stata posta la Fenice, lo stemma di Arsoli. Questa colonna segnava i migli sulla strada romana, la Via Valeria, che attraverso il territorio di Arsoli arrivava fino all’Abruzzo. Questo rappresenta il 38° miglio, ed è stato ritrovato nel 1800 nelle campagne di Arsoli: si ritiene che appartenga al periodo di Nerva (I sec. D. C.)

All’entrata del Museo, invece, c’è un altro cippo, più recente, che è stato trovato nel 1971 ed è del periodo di Massenzio (III d. C.)

  

Cippo

STEMMA DI ARSOLI

Nello stemma di Arsoli è la fenice con la scritta Post fata resurgo (=dopo gli avvenimenti e le catastrofi, risorgo). Da notare che il tempo usato è il presente: non si dice né risorsi né risorgerò, a significare che tutti i giorni c’è l’impegno degli arsolani a risorgere, fuori dalle difficoltà.
Il primo stemma è in un documento del 1668, il primo sigillo, e i colori di Arsoli sono il bianco e il celeste.


La fenice

SORGENTI

Arsoli è circondata a est dai monti Simbruini e ad ovest dai monti Sabini. Questi due sistemi montuosi sono divisi dal Fosso Bagnatore, affluente del fiume Aniene. La zona dove sorge il nostro paese è caratterizzata dalla presenza di quattro tipi di terreno: due permeabili e due impermeabili.

Terreni permeabili

1)     rocce, pietra che sembra compatta ma, in realtà, ha tante fessure;

2)    terreno della pianura, alluvionale

Terreni impermeabili

1)     argilla (morbida, ma resistente);

2)     tufi (arenaria) attraverso i quali l’acqua non passa)

Andando verso la stazione di Arsoli, il terreno è costituito di tufo e, al di sopra (passata l’autostrada), c’è la roccia permeabile. L’acqua, dunque, penetra e scorre tra le rocce, ma poi trova il tufo e fuoriesce creando le sorgenti.

·        La più importante sorgente è quella di Fonte Petricca dalla quale parte l’acqua che alimenta i nostri serbatoi

·        Nella stessa zona, nei monti Sabini, c’è la sorgente Casanaglia (ovvero Casa Nardi)

·        La terza sorgente è quella detta Spagnola, che fino a un anno fa alimentava la zona dalla stazione a Villa Massimo

·        Sorgente Conserva

Uscendo dal territorio di Arsoli, verso Riofreddo, in zona arenaria, troviamo la sorgente Ripa.

Nell’altro versante, quello dei monti Simbruini, il terreno è costituito tutto da roccia calcarea dove passa molta acqua. I monti sono percorsi da una serie di corsi sotterranei, gallerie attraverso le quali passa l’acqua che poi esce alla pianura. La sergente più nota di questa zona è quella dell’ Acqua Marcia, che porta l’acqua fino a Roma. Tale zona montuosa non raccoglie solo l’acqua di questo versante ma anche quella del versante, per intenderci, della Trinità. Fanno parte dello stesso gruppo, poi, i monti dietro Pereto e Carsoli, tra la Piana del Cavaliere e la Valle dell’Aniene: sotto questi monti ci sono delle vere e proprie gallerie. L’acquedotto dell’Acqua Marcia fu rinnovato prima del 1870 da Pio IX, che lo chiamò Acqua Pia Antica Marcia, e ancora dopo il 1920.

L’abbondanza di acque fu la caratteristica di Arsoli anche in passato e la conseguenza fu la costruzione di varie fontanelle: a parte quella grande in Piazza Valeria, si ricorda la fontanella alla concia, il lavatoio che sta all’ostello. La fontana che sta ai giardinetti fu costruita un secolo fa come abbeveratoio per gli animali e per prendere l’acqua con le conche.

L’ACQUEDOTTO

I principi, poi, fecero pure qualche altra cosa: incanalarono l’acqua di fonte Petricca e, nel 1591, realizzarono l’acquedotto. Tale acquedotto fu realizzato con i denari dei Massimo e con la manodopera della popolazione; nello stesso tempo fu realizzata la fontana di piazza Valeria.

 

FONTANA DI PIAZZA VALERIA

Prima fontana costruita ad Arsoli nel 1592, l’anno successivo alla realizzazione dell’acquedotto Fonte Petricca. L’acquedotto, infatti, è stato costruito nel 1591 da Fabrizio Massimo con il concorso della popolazione tutta che ha prestato la manodopera.

Fontana ottagonale

 

IL CASTELLO MASSIMO

Castello Massimo


Il Campo è il luogo dove le milizie arsolane, ovvero la polizia e i soldati che i principi avevano a difesa del castello e del paese, si esercitavano: marciavano, simulavano battaglie ecc. Il Campo è, appunto, la piazza d’armi, da cui Salita al Campo.

Salita al Campo


In questo luogo, oltre alle scuderie, vi è una bella fontana chiamata Fonte Rustica.
Salendo dalla piazza d’armi verso il castello, si notano le belle finestre a sesto acuto, di stile gotico, con quadrifore (forse c’è anche una bifora).

Fonte rustica

Il castello è distribuito su tre piani: il piano terra, dove ci sono l’oliara, i depositi di viveri, la cucina e, dietro, anche le prigioni; il primo piano, il piano nobile, dove vivevano i nobili e dove c’erano i saloni di rappresentanza; il piano alto, famoso perché vi soggiornarono Garibaldi con i suoi ufficiali dal 16 al 18 aprile 1849.

Appoggiato a terra, presso l’entrata, si può notare lo stemma di Arsoli che stava sulla porta (j’usciu ‘e la porta).

Atrio di ingresso. Si può notare una bella scala, molto particolare perché non è tanto ripida ed è fatta di mattoni allo scopo di poter essere percorsa anche con i cavalli che in questo modo non scivolavano.
Nell’atrio si può notare la famosa carrozza, che è del 1600 e che è servita per trasportare il corpo di Santa Francesca Romana alla chiesa dove attualmente si trova.

La carrozza che trasportò il corpo di santa Francesca Romana


In alto si possono notare i trofei di caccia: i signori, infatti, trascorrevano le giornate, oltreché leggendo, facendo riunioni, anche giocando e andando a caccia.
La lampada in alto una volta era usata per l’illuminazione a gas e a petrolio. La banderuola sopra serviva per far uscire il fumo e la parte larga, girando, si disponeva in posizione tale che il fumo potesse uscire.

Primo piano. Nel corridoio saltano subito all’occhio le armi che si usavano quando non c’errano i fucili, le armi da fuoco: lance e alabarde.

Entrando, sull’angolo, si può notare la divisa dell’ultimo comandante della milizia arsolana. Il corridoio è definito anche armeria vecchia dove sono conservati, appunto, lance, alabarde, corpetti “antilancia” (una sorta di attuali gilet antiproiettile): infatti, all’interno, questi corpetti hanno una rete che arrestava la punta della lancia e impediva la penetrazione dell’arma.

L'armeria nuova


Sopra alla porta d’ingresso, c’è tutta una serie di strumenti musicali che appartengono ai suonatori delle prime bande di Arsoli. Infatti, il nostro paese ha avuto la banda fin dal ‘700 ed era costituita da musicanti arsolani che per mestiere facevano tutt’altro: falegnami, calzolai, fabbri, contadini, artigiani in genere. Il principe dava gli strumenti (ed è questo il motivo per cui sono qui conservati), dava la divisa e pagava il maestro.

Strumenti musicali della Banda

Oggi, invece, le divise sono fornite dall’associazione della banda, gli strumenti sono personali, il maestro è pagato dall’associazione stessa con i soldi guadagnati con i concerti.
Lungo questo corridoio ci sono anche molti quadri: sono tutti i principi della Casa Massimo. I primi due, ai lati della porta, sono importanti perché sono Fabrizio Massimo, che nel 1574 ha acquistato Arsoli, e la moglie. Sopra la porta si può leggere: Divi Philippi Neri consilium, felicitatem dedit et servat. San Filippo Neri, infatti, facendo acquistare alla famiglia Massimo il feudo di Arsoli, le dette felicità. San Filippo, il cosiddetto “santo dei ragazzini” che a Roma aveva creato molti oratori nei quali i giovani venivano avviati alla dottrina cristiana, aveva operato in favore della famiglia Massimo un grande miracolo, riprodotto i un quadro conservato nella chiesa parrocchiale: il 16 marzo 1583, infatti, il figlio di Fabrizio, Carlo Massimo, gravemente ammalato, stava per morire. Chiamato San Filippo al suo capezzale, questi arrivò troppo tardi e trovò il giovane rampollo morto. E a quel punto, il miracolo: San Filippo lo richiamò alla vita. Il ragazzino stette più di un’ora a conversare con il santo e, al termine, lo pregò di restituirlo alla morte affinché si potesse ricongiungere con la madre e una sorella, decedute precedentemente, e potere vivere con esse la vita eterna.

Salone principale. Troneggia l’affresco di Arsoli nel 1749, nel quale si possono vedere il centro storico, i due bracci di San Rocco e di San Lorenzo, alcune case nel viottolo e la chiesa con il convento di San Bartolomeo. Come si può notare la piazza attuale non esisteva in quanto è stata realizzata alla fine del Settecento. Il grande salone è stato affrescato da Marco Benefialle, un artista veneziano che lavorava a Roma.
Al centro, si può ammirare la rappresentazione della scena mitologica che rappresenta il matrimonio di Andromeda e Perseo.

Affresco - Matrimonio di Andromeda e Perseo

Nei quattro ovali laterali sono rappresentati i quattro continenti allora conosciuti: Europa, Asia, Africa, America. L’America è rappresentata con la vita degli uomini primitivi. Ai lati di questi tondi, ci sono le quattro stagioni: da una parte l’inverno e l’estate, in corrispondenza della quale vi è un quadretto che rappresenta la mietitura, che una volta veniva fatta a mano; dall’altra, la primavera e l’autunno, in corrispondenza del quale vi è il quadretto che rappresenta la vinificazione, la vendemmia. Sono poi rappresentate altre località, possedimento dei Massimo, Roccasecca e Pisterzo. Alle due estremità, sulle pareti sono affrescate quattro statue, con la scritta dei nomi in latino: a fianco, ci sono dei busti. Le quattro statue rappresentano le quattro virtù cardinali – prudenza, fortezza, giustizia e temperanza – I busti rappresentano dei personaggi dell’antica Roma che, appunto, avevano vissuto quelle virtù: c’è Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore, Scipione l’Africano il forte e altri .
Al limite superiore della sala, vi è la stanza da letto più importante dove dormivano i genitori, il principe e la principessa, i capi del paese e della famiglia. Il pavimento è fatto di legno, a parquet, come pure le pareti, in modo da proteggere il più possibile dal freddo: c’è, inoltre, un camino, un piccolo bagno nascosto da una parete e, nei quadri, sono rappresentati antenati della famiglia Massimo.
Dall’altra parte del salone, si passa attraverso un’altra camera da letto, caratterizzata dalla presenza di un grande letto a baldacchino, rosso e rivestito in oro zecchino in forma di foglioline, secondo l’uso del tempo.

Letto a baldacchino


L’attuale sala da pranzo, che oggi è collegata alle cucine poste al piano inferiore attraverso un piccolo montacarichi per le vivande, un tempo era la sala del baldacchino o del trono, e qui il principe esercitava la giustizia, riceveva le personalità e gli ospiti. E’ la stanza più antica, per ciò che riguarda le decorazioni, perché il soffitto è dei fratelli Zuccari, ed è stato eseguito nel 1557 (la data è riportata all’angolo). Vi sono rappresentati due gruppi: da una parte i suonatori, dall’altra le danzatrici. C’è, poi, una scena di pace e una scena di guerra: è, questa figura, interessante, in quanto si può individuare la sagoma del castello come era prima del 1555, allorché fu restaurato. Le pareti, infine, sono state realizzate nel Settecento da un certo Giovanni Antonio Macci, l’autore di quel disegno nel quale è riprodotto il paese (disegno fatto a penna). I quadri rappresentano le fatiche di Ercole. Prima di questi quadri c’erano degli arazzi sottratti da truppe di passaggio; per questo motivo, i Massimo ritennero giusto riprodurli attraverso lo stesso sistema dell’affresco.
Tornando nel corridoio, si possono ben notare, ancora, la corazza e, appeso al soffitto, lo stendardo con il gonfalone del paese.

Giardino pensile


Dal corridoio si accede a un bel giardino sopraelevato, che interra il piano in cui si trovano l’oliara, le cucine e le prigioni, che vengono a trovarsi, così, in un piano seminterrato. Dal giardino si accede alla cosiddetta Armeria nuova, non visitabile, e alla Cappella gentilizia, un cappella privata che i signori avevano per loro. Questa chiesa risale al 1300, all’epoca in cui è stato costruito il castello, ma, in principio, non era collegata al castello. Successivamente è stata collegata dall’ala che ospita l’armeria nuova e le prigioni. La chiesa era, originariamente, intitolata a San Roberto, ed era considerata una chiesa rurale (tipo San Lorenzo e San Rocco). Successivamente, quando i Massimo hanno costruito, l’hanno intitolata a San Filippo Neri. Si possono notare le colonne a tortiglione, proprie dell’arte cosmatesca, con caratteristiche che si ritrovano anche a Santa Scolastica a Subiaco: infatti, nel chiostro cosmatesco di questa chiesa, vi sono le colonne a tortiglione lisce. L’unica differenza è che qui, nelle colonne vi è incastonato il mosaico. All’interno della cappella, vi sono affreschi che rappresentano la vita di Gesù e, al sommo della porta, vi è una madonnina di vetro montata con il piombo (restaurata in seguito alle lesioni dei bombardamenti dell’ultima guerra).

                                                          

                                                                 Il giardino pensile                                         La cappella di san Filippo Neri


Giardino all’italiana


Dall’alto si può ammirare il bellissimo giardino all’italiana nel quale le piante formano delle grandi M. Nella peschiera vi è l’acqua che proviene da Fonte Petricca. Non dimentichiamo che nel 1591 i Massimo avevano realizzato l’acquedotto per portare l’acqua in paese, nonché nel castello e alla fontana ottagonale della piazza, realizzata l’anno dopo.

Giardino all'italiana


Nel giardino trova spazio, in una amena collinetta, la statua della Dea Roma, rinvenuta negli scavi del Quirinale, presso le terme di Costantino, e portata, successivamente, in una villa della famiglia Ferretti, la famiglia del papa Sisto V, presso la attuale Stazione Termini. La villa passò, poi, dai Ferretti ai Montalto e da questi ultimi ai Massimo, che decisero di portare la statua qui ad Arsoli quando l’area in questione fu espropriata dal comune di Roma per realizzare, appunto, la stazione Termini. Inutili furono le insistenze del sindaco a proposito di far rimanere la statua a Roma e sostituirla con un calco: i principi non cedettero. La statua della Dea Roma si trova ancora qui, tra le fresche ombre del giardino del castello di Arsoli.

                                                     

                            La statua della Dea Roma  -  Lola Masi                                            La statua nel giardino all'italiana
 

Le foto del castello Massimo sono di Maria Cristina Ciaffi